COP21, ecco la nuova bozza. Incremento sceso a 1,5 gradi

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I paesi di tutto il mondo si sono presentati alla COP 21 con impegni nazionali di riduzione delle emissioni (INDC), presi su base volontaria. Non vi è dubbio che ciò non sia ancora sufficiente a mantenere l’incremento di temperatura al di sotto della soglia critica dei 2°C.

Più difficile valutare, invece, quanto gli impegni proposti siano ambiziosi e credibili, rispetto alle reali possibilità dei proponenti.

Ci ha provato il Granthnam Research Institute del The London School of Economics and Political Science (LSE), centro guidato da Nicholas Stern, attraverso uno studio che ha analizzato la credibilità politica degli impegni presi dai diversi paesi.

Secondo il lavoro dell’LSE, presentato ieri alla COP 21, le tre parole chiave per un’azione climatica responsabile sono: ambizione, fattibilità e credibilità. Ambizione che già l’UNEP Gap Report ritiene ben lontana da quanto necessario per rispettare la soglia dei 2°C. Lo studio LSE valuta gli impegni al momento intrapresi per il 2030 addirittura a metà strada tra uno scenario d’inazione, il cosiddetto business as usual, e quanto necessario per raggiungere l’obiettivo dei 2°C. La fattibilità è invece legata all’adozione di azioni efficaci nei limiti delle diverse disponibilità economiche. Disponibilità che può aumentare per i paesi poveri attraverso il supporto finanziario di quelli sviluppati.

Infine la credibilità è un ulteriore fattore chiave, e equivale al mettere realmente in pratica quanto al momento promesso solo sulla carta.

Dallo studio emerge un giudizio positivo rispetto agli impegni intrapresi dalla Ue nel suo complesso e da alcuni suoi stati a livello individuale, come Francia, Germania, Gran Bretagna e Italia e dalla Corea del Sud.

In posizione intermedia, con qualche area specifica di debolezza, si trovano degli importanti attori del negoziato di Parigi, quali USA, Brasile, Giappone, Australia e Russia. Un numero ancora maggiore di aree di debolezza caratterizza un ultimo gruppo chiave di paesi: Cina, India, Canada e Arabia Saudita.

Alina Averchenckova, autrice dello studio, ci tiene però a precisare che la finalità del lavoro non è di stilare la classifica dei buoni e cattivi ma di stimolare le possibili aree di miglioramento e le priorità di implementazione per i paesi  del G20, da soli responsabile di circa i tre quarti delle emissioni globali.

“Ogni paese ha una situazione particolare”, continua Averchenkova, “ma è un dato positivo che tutti abbiano una legislazione in essere su questi temi. I punti critici mediamente, invece, sono legati ai processi di definizione delle politiche e di attuazione degli impegni. Si deve fare attenzione a rafforzare il coinvolgimento delle parti interessate, introdurre dei meccanismi che impediscano le inversioni delle politiche virtuose e rafforzare il quadro di consenso tra pubblico e privato”.

Secondo Nicholas Stern, “avere un quadro credibile e stabile nel tempo degli impegni di riduzione è un elemento essenziale per dare sostegno all’azione del settore privato e favorire gli investimenti necessari per attuare un percorso di decarbonizzazione dell’economia”.

Pensiero condiviso anche da Stella Bianchi, deputata del PD, e uno degli otto membri del board di Globe International, la rete mondiale di parlamentari impegnati a contrastare la deriva climatica.

“La credibilità degli impegni è un elemento fondamentale per dare sostanza a quanto sarà deciso a Parigi.

L’accordo internazionale dovrà essere tradotto a livello nazionale dai governi e dai parlamenti, assicurando un quadro certo che possa consentire e stimolare la transizione verso un’economia a basso contenuto di carbonio”.

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