Clima, storico accordo per abbassare la febbre della terra

unità

A Parigi 194 Paesi raggiungono l’intesa per ridurre le emissioni di CO2 e contenere l’aumento della temperatura a 1,5 gradi. Cento miliardi di aiuti ai Paesi in via di sviluppo. No del Nicaragua.

immagine grande

Parigi consegna alla storia un accordo globale in cui tutti i paesi del mondo hanno accettato di collaborare seriamente alla lotta contro il cambiamento climatico. Troppo presto per considerare risolto il problema, ma il documento rappresenta l’avvio di un percorso di non ritorno verso un mondo a basso contenuto di carbonio.

L’aumento di temperatura dovrà essere “ben al di sotto” dei 2°C, intraprendendo sforzi per restare al di sotto di 1,5°C.

Gli impegni globali di riduzione delle emissioni oggi sul tavolo non sono però ancora sufficienti a restare in questa traiettoria e ci condurrebbero senza scampo all’incremento non sostenibile di 2,7°C.

“L’accordo non salva il pianeta”, sostiene Billy McKibben, uno dei fondatori della ONG 350.org, “ma ha salvato la possibilità di salvare il pianeta”. Bisogna fare di più e farlo meglio.

Il segnale

Da Parigi la politica mondiale lancia un segnale senza spazi d’interpretazione proprio in questa direzione al sistema economico e ai cittadini di tutto il mondo.

Da oggi inizia il percorso di sostituzione delle fonti fossili con quelle rinnovabili e una serie di cambiamenti radicali collegati che interesseranno il sistema dei trasporti, il riscaldamento degli edifici e l’uso dell’energia in generale. L’accordo rappresenta la certezza del cambiamento, anche se bisognerà adesso iniziare a lavorare su tempi e modi. Fornisce il contesto in cui lavorare assieme a livello mondiale e in modo più trasparente al raggiungimento dell’obiettivo comune.

Il primo cambio di rotta importante è l’eliminazione dell’obbligo di tagliare le emissioni per i soli paesi sviluppati. Ora ognuno è chiamato a fare la sua parte sulla base delle proprie possibilità. Era questo uno scoglio che sembrava insuperabile dai tempi del Protocollo di Kyoto, continuamente riconfermato nel tempo, soprattutto da Cina e India, economie che sono però cambiate radicalmente da allora. Gli impegni di riduzione rimangono su base volontaria per tutti, con un approccio di partecipazione dal basso. Si inizierà a fare il punto sulla loro adeguatezza già nel 2018, con uno sguardo sempre più attento a quanto richiede la scienza e poi con scadenza quinquennale.

È previsto un meccanismo trasparente per monitorare che gli impegni vengano realmente attuati dai diversi paesi. Altro aspetto che ha creato non pochi mal di pancia ai paesi meno aperti verso l’esterno.

Confermato il supporto finanziario per i paesi in via di sviluppo, in primo luogo quelli meno sviluppati, al fine di aiutarli ad attuare azioni di adattamento al cambiamento climatico e di riduzione delle emissioni che non potrebbero affrontare da soli. Si tratta dei 100 miliardi all’anno da rendere disponibili entro il 2020, ma anche di un supporto per il quinquennio successivo.

Sono sparite dalla versione precedente delle frasi che spingevano a ridurre gli investimenti a favore di attività ad alte emissioni di CO2, sembra su spinta dei paesi produttori di petrolio, ma è rimasto l’invito ad introdurre un prezzo per la CO2, elemento di sicuro importante riferimento per molte politiche future.

Rafforzata l’importanza del trasferimento di tecnologie pulite a favore dei paesi più poveri al fine di consentire loro di intraprendere un percorso più sostenibile di sviluppo. Interessante anche il ruolo più centrale attribuito alle foreste nel percorso di riduzione delle emissioni globali.

È da segnalare che il documento non ha preso la forma di un Protocollo o Trattato internazionale per non incorrere nello sgambetto dei percorsi di ratifica nazionali, com’è stato per il Protocollo di Kyoto in USA, assumendo invece le vesti di un semplice accordo all’interno della Convenzione. Saranno pertanto previste diverse modalità di adesione da parte di tutti i paesi per un anno, a partire dal 22 aprile 2016. Per entrare in vigore dovrà avere la firma di almeno il 55% dei paesi, responsabili del 55% delle emissioni globali.

Il successo dell’Europa

L’accordo di Parigi rappresenta un grande successo politico dell’Europa. Innanzitutto del Ministro francese Laurent Fabius, Presidente della COP21, che ha svolto un lavoro magistrale capace di fare dimenticare la deprimlo scenario onuente esperienza danese di Rasmussen nel 2009. Fabius ha organizzato una COP perfetta, tanto dal punto logistico che organizzativo. Ha saputo gestire in modo eccellente il negoziato ascoltando tutti i paesi, guidando con attenzione e trasparenza il processo, senza però mai cedere sotto la soglia del livello di ambizione minimo. Il risultato di Parigi ha però radici ben più lontane nel tempo. Da diversi anni l’Ue ha lavorato con i paesi delle piccole isole e quelli meno sviluppati per creare un nuovo blocco negoziale, l’High Ambition Group, in grado di creare una frattura nel blocco dei paesi in via di sviluppo, anche al fine di isolare Cina e India.

A Parigi il gruppo si è poi allargato, accogliendo prima gli USA e poi Canada, Australia e Brasile. E per molti è stato il tassello chiave per la rottura dei vecchi equilibri.

COP21: arriva lo storico accordo sul clima

wise

Più tecnologie pulite e meno carbonio e l’impegno a mantenere l’aumento della temperatura a 1,5 gradi

Foto di Alisdare Hickson/Flickr

La data del 12 dicembre 2015 è destinata ad entrare nella storia.L’approvazione dell’Accordo di Parigi, storico accordo sul clima (leggi qui il testo), rappresenta l’inizio di una nuova epoca a basso contenuto di carbonio basata su una rivoluzione energetica, destinata a mettere in soffitta le fonti fossili. Nel prossimo futuro vedremo uno sviluppo massiccio delle fonti rinnovabili e un nuovo modo di utilizzare l’energia.

 

 

PIU’ TECNOLOGIE PULITE: Ridurre le emissioni vuol dire anche applicare nuove 

Parigi, sede dello storico accordo sul clima, Foto di Mark Dixon/Flickr

tecnologie ed avere la disponibilità economica per farlo. Per i paesi più poveri l’accordo prevede dei meccanismi in grado di facilitare il trasferimento di tecnologie pulite e conferma ed estende il supporto finanziario già previsto a Copenaghen nel 2009. Ai 100 miliardi all’anno entro il 2020 dovranno essere previsti ulteriori aiuti per gli anni futuri.

PIU’ CONTROLLI E ZERO CARBONIO: Per dare credibilità a un accordo globale è però anche necessario assicurare dei meccanismi trasparenti di controllo in grado di verificare che gli impegni promessi siano poi realmente attuati. È stato anche questo un nodo particolarmente critico perché non tutti i paesi sono particolarmente disponibili ad aprire le proprie porte a dei controlli dall’esterno. Molti sono ovviamente i dettagli tecnici interessanti dell’accordo, ma vale forse la pena di soffermarsi in particolare su uno, che ha visto continue modifiche nelle diverse versioni. Si tratta del riconoscimento della necessità di arrivare al massimo nella seconda parte del secolo ad un’economia a emissioni zero di carbonio. Ciò era richiesto in modo esplicito nella prima bozza dell’accordo, per essere poi mutato in una non ben definita carbon neutrality nella seconda. Il concetto è invece completamente sparito nell’ultima versione, sembra per pressioni dei paesi produttori di petrolio. Non cambia ovviamente la sostanza di quanto previsto dall’accordo, ma è un chiaro segnale che le lobby delle fonti fossili potrebbero cercare di ostacolare in futuro l’applicazione dello stesso. In compenso nella versione finale è invece apparso il riconoscimento all’importanza di introdurre un prezzo alla CO2, probabile stimolo per una maggiore diffusione in futuro di una carbon tax.

Foto Cop Paris/FlickrFoto Cop Paris/Flickr

I MERITI DI LAURENT FABIUS: La lunga sessione di applausi al momento dell’approvazione dello storico Accordo di Parigi, non è stato solo il tributo ad un documento tanto atteso quanto non più derogabile, ma anche il giusto tributo alla Presidenza di Laurent Fabius, assolutamente perfetta. A distanza di un mese dall’attacco terroristico di Parigi, la Francia ha saputo rispondere con la perfetta organizzazione di un evento in grado di raccogliere il mondo intero in modo esemplare attorno a un problema di valenza globale. Ma la bravura di Fabius è stata ancora di più nella gestione dei tavoli negoziali, combinando con maestria la gestione dell’intero processo e dimostrando sempre la capacità di ascoltare tutte le richieste dei diversi paesi nella continua ricerca del migliore compromesso.

E QUELLI DELLA UE: Ma Parigi è stata anche il successo dell’Unione europea, troppo spesso additata in passato per un comportamento eccessivamente timido. Lasciata addirittura nell’angolo ai tempi di Copenhagen. L’Ue è riuscita a creare un’alleanza, l’High Ambition Group, con i paesi più deboli di quelli in via di sviluppo, con l’intento di togliere la sabbia sotto i piedi a Cina e India nel blocco del G77. Il nuovo gruppo si è consolidato attorno alla volontà diincrementare il livello di ambizione dell’accordo e a Parigi è poi riuscito ad ottenere la partecipazione di USA, Brasile, Canada e Australia. Un grosso blocco di paesi sviluppati e in via di sviluppo che ha fatto la differenza e ha facilitato la costruzione dell’accordo finale.

Clicca qui per leggere l’articolo originale!

“Più 2°C per le piccole isole del Pacifico sarebbe una catastrofe”

unità

A Parigi la discussione sul tetto massimo d’innalzamento della temperatura è ancora aperta. Per molti la scelta tra 1,5°C o 2°C è solo uno dei tanti aspetti su cui imbastire la partita dei compromessi. Ma per Francois Martel è un punto non negoziabile, perché legato alla sopravvivenza stessa della popolazione che rappresenta. È il Segretario Generale del Pacific Island Development Forum, un gruppo che conta 23 paesi, circa 5.000 isole e un milione di abitanti, escludendo la Papua Nuova Guinea.

Abbiamo già raggiunto l’innalzamento di 1 grado di temperatura e gli impatti sono già rilevanti per le piccole isole del Pacifico. L’ipotesi di arrivare alla soglia dei 2°C potrebbe essere catastrofico per molti di noi.

Obiettivo però già condiviso da tutti sei anni fa a Copenaghen. Certo. Ma anche la scienza è evoluta nel frattempo, dimostrando che gli impatti sarebbero molto più pesanti del previsto.

In particolare l’innalzamento del livello del mare? Non solo. Aumenterebbe l’intensità delle precipitazioni e per contro una riduzione della disponibilità di acqua e delle produzioni agricole. Vi sono poi i danni collegati all’acidificazione degli oceani, a partire dalle barriere coralline e, a cascata, alla catena trofica ad essa collegata. Con un impatto amplificato sull’intera produzione ittica e sulle popolazioni che sulla pesca basano la propria sussistenza.

Tutti impatti che stanno già avendo luogo. Che si manifesterebbero però con un’intensità ancora maggiore. L’incremento d’impatto, già critico con 1,5°C, aumenterebbe di almeno il 10% in ogni settore, mettendo in ginocchio situazioni che sono già in condizione di forte stress.

Ma come pretendere 1,5°C, quando già i 2°C sembrano un obiettivo impossibile? In realtà il costo tra i due diversi limiti di temperatura è all’incirca lo stesso. Quello che cambio è il tempo in cui intraprendere le azioni. La finestra temporale per stare sotto 1,5°C si sta però chiudendo e se continuiamo ai ritmi attuali, la raggiungeremo già entro il 2020. Accettare l’obiettivo 1,5°C equivale a riconoscere il senso di urgenza verso la decarbonizzazione, considerata anche da Angel Gurria, Segretario Generale dell’OCSE, uno degli obiettivi che dovrebbe contraddistinguere l’Accordo di Parigi.

Potreste accettare anche un obiettivo misto che citi sia i 2°C e sia 1,5°C? Il nostro punto fermo è 1,5°C. Penso però, a livello personale, che si potrebbe anche accettare l’ipotesi intermedia, a patto che sia supportata da azioni forti e concrete.

Con il nuovo High Ambition Group sembra che abbiate aumentato il supporto verso 1,5°C. Questo gruppo, annunciato solo pochi giorni fa, conta già più di 120 paesi, tra cui UE e USA. Tra i punti condivisi del gruppo vi è, oltre alla richiesta di avere un accordo legalmente vincolante, l’ipotesi di fissare a 1,5°C il limite d’innalzamento della temperatura.

Il nuovo gruppo sembra fatto apposta per mettere in angolo i paesi del BASIC, India e Cina in primis. Non è mai una buona idea chiudere in un angolo una tigre… Abbiamo creato questa alleanza per incrementare il livello di ambizione anche di quei paesi, ma siamo invece alleati con India e Cina sul tema del Loss and Damage, su cui invece UE e USA non sembrano convergere, e sul tema della differenziazione.

Differenziazione significa maggiori impegni per i paesi sviluppati, ma anche uno sforzo maggiore dalle economie emergenti. Si, è vero, anche loro debbono fare di più. L’India, ad esempio, deve vedere l’opportunità di portare energia in modo sostenibile ai venti milioni di abitanti che ne sono ora sprovvisti. La differenza sta nel produrre energia in modo convenzionale, usando il carbone o attraverso fonti rinnovabili.

Alla COP21 gli Stati giocano la “partita” del clima

wise

Incontri e scontri per arrivare ad un accordo e salvare il negoziato. E soprattutto il pianeta

foto iip archive/Flickr

Laurent Fabius presidente cop21 clima

Nei negoziati dell’UNFCCC sul clima è normale vivere in uno stato di perenne incertezza ed equilibrio instabile fino alla chiusura dei lavori nella plenaria finale della COP, quando hanno regolarmente avvio le analisi su quanto il bicchiere sia mezzo pieno e mezzo vuoto. Parigi non sta facendo eccezione a questa dinamica, che rende più difficile la comprensione dall’esterno dei giochi di forza che stanno avendo luogo e dei punti chiave delle diverse posizioni in campo.

PAESI SVILUPPATI vs PAESI IN VIA DI SVILUPPO: La prima netta distinzione è tra paesi sviluppati e in via di sviluppo, i primi principali responsabili storici delle emissioni che hanno causato il cambiamento climatico e i secondi che ne stanno invece pagando le conseguenze maggiori. Dualità facilmente comprensibile quando si mettono a confronto gli USA con il Bangladesh, le piccole isole del Pacifico o con molti paesi dell’Africa. Diventa però più sfumata e sfuggente quando i paesi in via di sviluppo sono rappresentati da economie emergenti come l’India o ancora di più la Cina. Zone grigie di transizione di chi vive le contraddizioni di entrambi i gruppi, vista la fase di rapida evoluzione che contraddistingue le due rispettive economie.

Questi paesi puntano il dito sulle responsabilità storiche dei paesi sviluppati e pretendono che i paesi sviluppati facciano di più. Ma il mondo nel frattempo è cambiato e la Cina è diventato da tempo il primo emettitore mondiale, ragione per cui i paesi ricchi pretendono che dimostri a sua volta un impegno maggiore. Ciò porta alla posizione di stallo che caratterizza il negoziato da parecchi anni.

LE COALIZIONI DEI PAESI AFRICANI: Parigi ha però evidenziato dei nuovi possibili equilibri. Si tratta di un’evoluzione che aveva iniziato a manifestarsi già nel 2008 a Barcellona con lacreazione dell’African Group, dando così maggior peso politico ai paesi del continente, prima schiacciati all’interno del G77+Cina. Il passaggio chiave è stato però la creazione sei mesi fa dell’HighAmbition Coalition, un gruppo informale a cui si era iniziato a lavorare 3-4 anni fa. Vi fanno parte più di 100 paesi tra cui, oltre a quelli africani delle piccole isole, anche Ue e USA.Restano invece fuori Cina e India, segno che probabilmente sta aumentando la pressione proprio verso queste economie emergenti.

I OUNTI CHIAVI DELLA COP21: Tra i punti chiave in discussione a Parigi vi è l’obiettivo d’innalzamento massimo accettabile della temperatura che potrà essere pari a 2°C o 1,5°C (o ad una più probabile soluzione intermedia che mantenga aperte entrambe le opzioni). Ma resta anche da decidere in che modo rendere

vincolante l’accordo, senza impantanarsi in un Protocollo che non avrebbe alcuna speranza di essere ratificato da un Senato americano dove è già naufragato quello di Kyoto.

Altro aspetto chiave sono i tempi e lemodalità di revisione degli impegni intrapresi su base volontaria, che dovranno essere sempre più stringenti nel tempo e allinearsi verso l’obiettivo globale di riduzione delle emissioni a livello planetario.Infine resta da trovare un accordo sulla differenziazione degli impegni e, ovviamente, sul supporto finanziario necessario per supportare le azioni dei paesi in via di sviluppo. Molti punti su cui la discussione continuerà fino all’ultimo minuto attraverso continui incontri formali e informali dei ministri.

UN NEGOZIATO RAFFORZATO? Vi è però un punto chiave che non è ufficialmente in discussione in questi giorni a Parigi, ma rischia di essere altrettanto importante per il futuro del grande circo dell’UNFCCC. A Copenaghen non si era riusciti a salvare il clima, ma si era almeno riusciti a salvare il negoziato. Difficilmente Parigi riuscirà a sua volta a salvare il clima, ma sembra certo che l’UNFCCC ne uscirà più forte. In parte perché i governi iniziano a essere più deboli in questo gioco, grazie ad una maggiore pressione interna esercitata dal basso nei diversi paesi. Sia da parte degli elettori e sia dei comuni e degli enti locali che da tempo hanno attuato politiche e azioni di riduzione delle emissioni di adattamento al cambiamento climatico.

Ma per contro, in molti iniziano a essere consapevoli che si è rovesciato il rapporto tra UNFCCC e mondo esterno. Una volta laConvenzione rappresentava un chiaro riferimento per tutti sul percorso da intraprendere per una lotta efficace al cambiamento climatico. Ora invece si ha la netta impressione che il mondo all’esterno corra molto più velocemente del negoziato internazionale, anche attraverso l’ormai pieno coinvolgimento dei principali attori economici.

Come superare l’UNFCCC: Un negoziatore esperto, a microfoni spenti, ha ribadito che si potrebbe iniziare anche ad ipotizzare l’avvio di un percorso di revisione dell’UNFCCC, per quanto la cosa potrà essere complessa. Non ha più senso, infatti, spendere due giorni con i discorsi di alto livello dei ministri che ormai interessano solo la propria cerchia interna. L’aspettativa sarebbe quella di riuscire a mettere in atto una struttura più efficace, in grado di produrre con maggiore dinamicità i risultati necessari per un’efficace contrasto al cambiamento climatico.

E forse l’accordo di Parigi potrebbe essere il primo passo in questa direzione. Altrimenti dovremmo rimanere a discutere di bicchieri mezzi pieni o mezzi vuoti.

Clicca qui per leggere l’articolo originale!

Grammenos Mastrojeni: «Le alterazioni climatiche portano guerre»

wise

«Possiamo crescere e svilupparci senza dimenticare che dobbiamo tutelare un obiettivo che si chiama equilibrio: senza equilibrio non c’è prevedibilità e senza prevedibilità non c’è organizzazione e non c’è crescita».

Esordisce così Grammenos Mastrojeni, autore del libro L’Arca di Noè introducendo la teoria in base alla quale le alterazioni climatiche possono essere un pericolo per la pace. Sono 80 infatti i conflitti censiti nel mondo aventi come concause il clima e i suoi cambiamenti. «Ogni volta che si altera un parametro dell’ambiente si altera anche la disponibilità e la localizzazione dei servizi che l’ambiente ci offre come acqua, fertilità del terreno. Questo meccanismo ha influito in maniera concreta in alcune situazioni che stiamo affrontando oggi come le ondate migratorie, come la destabilizzazione in Nordafrica».

Secondo Mastrojeni la crisi siriana, così come le primavere arabe, sono state precedute da quattro anni di siccità mai vista che, nella sola Siria, hanno portato oltre un milione e mezzo di persone a spostarsi dalle campagne in città.

Clicca qui per l’articolo originale!

COP21, ecco la nuova bozza. Incremento sceso a 1,5 gradi

unità

I paesi di tutto il mondo si sono presentati alla COP 21 con impegni nazionali di riduzione delle emissioni (INDC), presi su base volontaria. Non vi è dubbio che ciò non sia ancora sufficiente a mantenere l’incremento di temperatura al di sotto della soglia critica dei 2°C.

Più difficile valutare, invece, quanto gli impegni proposti siano ambiziosi e credibili, rispetto alle reali possibilità dei proponenti.

Ci ha provato il Granthnam Research Institute del The London School of Economics and Political Science (LSE), centro guidato da Nicholas Stern, attraverso uno studio che ha analizzato la credibilità politica degli impegni presi dai diversi paesi.

Secondo il lavoro dell’LSE, presentato ieri alla COP 21, le tre parole chiave per un’azione climatica responsabile sono: ambizione, fattibilità e credibilità. Ambizione che già l’UNEP Gap Report ritiene ben lontana da quanto necessario per rispettare la soglia dei 2°C. Lo studio LSE valuta gli impegni al momento intrapresi per il 2030 addirittura a metà strada tra uno scenario d’inazione, il cosiddetto business as usual, e quanto necessario per raggiungere l’obiettivo dei 2°C. La fattibilità è invece legata all’adozione di azioni efficaci nei limiti delle diverse disponibilità economiche. Disponibilità che può aumentare per i paesi poveri attraverso il supporto finanziario di quelli sviluppati.

Infine la credibilità è un ulteriore fattore chiave, e equivale al mettere realmente in pratica quanto al momento promesso solo sulla carta.

Dallo studio emerge un giudizio positivo rispetto agli impegni intrapresi dalla Ue nel suo complesso e da alcuni suoi stati a livello individuale, come Francia, Germania, Gran Bretagna e Italia e dalla Corea del Sud.

In posizione intermedia, con qualche area specifica di debolezza, si trovano degli importanti attori del negoziato di Parigi, quali USA, Brasile, Giappone, Australia e Russia. Un numero ancora maggiore di aree di debolezza caratterizza un ultimo gruppo chiave di paesi: Cina, India, Canada e Arabia Saudita.

Alina Averchenckova, autrice dello studio, ci tiene però a precisare che la finalità del lavoro non è di stilare la classifica dei buoni e cattivi ma di stimolare le possibili aree di miglioramento e le priorità di implementazione per i paesi  del G20, da soli responsabile di circa i tre quarti delle emissioni globali.

“Ogni paese ha una situazione particolare”, continua Averchenkova, “ma è un dato positivo che tutti abbiano una legislazione in essere su questi temi. I punti critici mediamente, invece, sono legati ai processi di definizione delle politiche e di attuazione degli impegni. Si deve fare attenzione a rafforzare il coinvolgimento delle parti interessate, introdurre dei meccanismi che impediscano le inversioni delle politiche virtuose e rafforzare il quadro di consenso tra pubblico e privato”.

Secondo Nicholas Stern, “avere un quadro credibile e stabile nel tempo degli impegni di riduzione è un elemento essenziale per dare sostegno all’azione del settore privato e favorire gli investimenti necessari per attuare un percorso di decarbonizzazione dell’economia”.

Pensiero condiviso anche da Stella Bianchi, deputata del PD, e uno degli otto membri del board di Globe International, la rete mondiale di parlamentari impegnati a contrastare la deriva climatica.

“La credibilità degli impegni è un elemento fondamentale per dare sostanza a quanto sarà deciso a Parigi.

L’accordo internazionale dovrà essere tradotto a livello nazionale dai governi e dai parlamenti, assicurando un quadro certo che possa consentire e stimolare la transizione verso un’economia a basso contenuto di carbonio”.

L’Italia alla COP21: chi sono i delegati e i nostri rappresentanti

wise

Funzionari del Ministero dell’Ambiente capitanati dal ministro, politici, tecnici, esperti e anche molti giornalisti

L'Italia alla COP21Le dimensioni del problema e le ampie interconnessioni con tutti i temi legati allo sviluppo, quali la disponibilità di energia, di cibo, i trasporti e le conseguenze che ne derivano come, ad esempio, i flussi migratori e i conflitti per il controllo delle risorse, hanno contribuito a creare unmeccanismo sempre più complesso e di conseguenza meno permeabile alla comprensione dei non addetti ai lavori.

Ai non esperti risulterà sicuramente difficile immaginare come vengano condotti i negoziati e a maggior ragione riuscire a qualificare e quantificare la partecipazione da parte dei diversi rappresentanti italiani alla COP 21.

A rappresentare l’Italia alla COP21 vi é innanzitutto la delegazione negoziale ufficiale. Rispetto alle COP preparatorie, come quella di Lima dello scorso anno, l’incontro di Parigi ha stimolato una partecipazione molto più ampia anche a questo livello.

Il capo delegazione tecnico è Francesco La Camera, Direttore generale della Direzione Sviluppo Sostenibile del Ministero dell’Ambiente (MATTM), supportato dalla Dirigente Federica Fricano e da un gruppo di 15 esperti. Gli esperti partecipano ai numerosi gruppi di lavoro dedicati a temi specifici, come i meccanismi di supporto finanziario o le modalità con cui arrivare alla revisione degli obiettivi di riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra.

La partecipazione a più tavoli paralleli presuppone un’evidente attività di coordinamento degli “sherpa” sia a livello nazionale e sia europeo, incontri che si sommano a quelli puramente negoziali.

Gli esperti del MATTM sono coadiuvati anche da altre figure tecniche di supporto di vari enti nazionali: tre del Centro Euro Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici, guidati dal Direttore Antonio Navarra, quattro dell’ISPRA e due dell’ENEA.

Una delegazione tecnica così corposa potrebbe risultare ipertrofica ad uno sguardo esterno, ma è in realtà giustificata dal gran numero di incontri che si svolgono in parallelo, su temi molto specifici, e che portano gli esperti raramente ad uscire del Centro conferenze di Le Bourget prima delle 22.00.

La seconda settimana di negoziato introduce, con l’arrivo dei Ministri, la fase di “alto livello” e la guida della delegazione passa così al Ministro Gian Luca Galletti, supportato dai Sottosegretari Silvia Velo e Barbara Degani.

La consapevolezza crescente delle interconnessioni esistenti tra cambiamento climatico e agricoltura ha portato nel tempo a porre sempre maggiore attenzione anche a questi temi, ragione per cui a Parigi vi è anche la presenza del ministro Maurizio Martina.

Alla COP 21 é prevista anche una corposa partecipazione parlamentare con quattro Senatori e sei Onorevoli, guidati dai due presidenti delle rispettive Commissioni Ambiente, il Sen. Giuseppe Francesco Maria Marinello e l’On. Ermete Realacci. Presente anche l’On. Stella Bianchi recentemente eletta nel board di Globe, organismo interparlamentare a livello mondiale dedicato al cambiamento climatico.

Non é invece per niente una novità la presenza dei rappresentanti italiani delle ONG, con i veterani Mariagrazia Midulla, WWF, e Mauro Albrizio di Legambiente. Ancora più corposa la delegazione giovanile di Italian Climate Network di altre associazioni collegate, attualmente con 12 rappresentanti, che proprio oggi ha ottenuto la firma di sostegno da parte del Ministro Galletti al Principio di Equità Intergenerazionale.

Centro conferenze di Le Bourget

L’importanza dell’incontro di Parigi é sancita anche dall’ampiapartecipazione dei media italiani. A differenza della precedente COP 20 di Lima, in cui i media erano quasi sostanzialmente assenti, a eccezione di due isolati freelance, nella capitale francese si è registrata la partecipazione massiccia di giornali, radio e televisioni. Presenti, tra gli altri, i veterani delle COP della carta stampata: Antonio Cianciullo, Alessandro Farruggia, Roberto Giovannini e Marco Magrini. Ma è da registrare anche la simpatica partecipazione di Geppi Cucciari e la presenza di Sky TG24 e della RAI.

Ma a rappresentare l’Italia alla COP21 ci sono poi esponenti di associazioni, università, aziende e organizzazioni pubbliche e private che partecipano agli eventi collaterali tematici, dedicati all’approfondimento di temi specifici, quali l’adattamento o i meccanismi legati alla commercializzazione del credito di carbonio.

Una partecipazione nazionale massiccia in tutti gli ambiti che ben riflette il livello di attenzione che tutto il mondo ha al momento dimostrato nei confronti della Conferenza di Parigi.

Entro venerdì si capirà se le attese sono state ben riposte.

Clicca qui per leggere l’articolo originale!